ELECTROLUX CRONACA AMARA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

La multinazionale Electrolux ha annunciato in questi giorni circa 1.700 licenziamenti in Italia, chiusura di alcuni stabilimenti e la riduzione della produzione in altri. Motivazione: il futuro sarà concentrato sulla gestione del marchio, sulla progettazione e su attività ad alto valore aggiunto. Pare sia in corso una acquisizione da parte di un colosso cinese, le produzioni fisiche finiranno li o in altri paesi con basso costo del lavoro. È una notizia dolorosa per migliaia di famiglie italiane. Ma sarebbe sbagliato liquidare tutto dicendo che la colpa è della multinazionale cattiva o dei cinesi. In realtà siamo davanti ad una trasformazione irreversibile dell’economia mondiale: le produzioni a basso valore aggiunto (come gli elettrodomestici) non sono più possibili in Paesi con un costo del lavoro elevato, un welfare molto esteso (ad esempio sanità e istruzione pubbliche e gratuite) e standard regolatori avanzati come l’Italia. La vicenda Electrolux non è la prima e non sarà l’ultima; inseguire o cercare di trattenere ad ogni costo le varie fabbriche di elettrodomestici è uno sforzo destinato al fallimento. Bisogna invece cercare di attrarre investimenti nei settori ad alto valore aggiunto, dove creatività, competenze tecniche e capacità professionali italiane sono competitive.  Il problema è esattamente questo: la scarsissima capacità dell’Italia di attrarre capitali esteri nei settori ad alto valore aggiunto. Ad esempio, nel solo 2024 gli USA hanno attirato circa 109 miliardi di dollari di investimenti privati nell’intelligenza artificiale, molti di più nel 2025. L’Italia zero. Perché? Il problema è che la struttura dell’economia italiana continua a scoraggiare chi vuole investire. Inefficienza della PA e dei servizi in genere, burocrazia, pressione fiscale, incertezza normativa, giurisprudenza schizofrenica restano ostacoli enormi. Nell’ultima classifica Doing Business della Banca Mondiale, l’Italia occupava soltanto il 58° posto mondiale per facilità di fare impresa. Mi dispiace molto per i 1.700 lavoratori coinvolti. Ma quei licenziamenti sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema economico e industriale molto più complesso destinato a riproporsi. 

* Economista

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