In economia e nella vita reale alla fine l’unica cosa che conta sono i numeri e i bilanci. Possiamo oggi fare il bilancio del primo anno della Trumpeconomics e della sua principale manovra economica, la cosiddetta Big Beautiful Law, cioè l’aumento stratosferico dei dazi (che Trump continua ad usare come strumento di pressione geopolitica).
Come più volte osservato, l’onere reale dei dazi si distribuisce in modo disomogeneo tra produttori esteri da un lato e importatori e consumatori Usa dall’altro. Ex ante è impossibile stabilire chi pagherà il conto, ma lo si può certificare ex post.
Da febbraio 2025 a febbraio 2026, le entrate federali da dazi sono passate da circa 77 miliardi del 2024 a quasi 280 miliardi. Dal punto di vista del Tesoro sembrerebbe un successo. Ma la domanda cruciale è: chi ha pagato quei 200 miliardi aggiuntivi? Le rilevazioni più recenti, incluse quelle della Federal Reserve di New York, indicano che circa il 90% del costo è stato assorbito da importatori e consumatori statunitensi, e solo il 10% dagli esportatori esteri. In altre parole, la tassa doganale si è trasformata in una tassa interna. È l’ennesima conferma che i dazi oltre a danneggiare il commercio internazionale puniscono anche chi li impone.
Non solo. Un ulteriore segnale arriva dall’inflazione: nei dodici mesi considerati l’inflazione nell’area euro si è ridotta del 26% (dal 2,3% al 1,7%), negli Stati Uniti è scesa solo del 14% (dal 2,8% al 2,4%). I dollari nelle tasche degli americani valgono di meno.
Goldman Sachs, una delle più importanti Banche del mondo, la scorsa settimana ha emesso un nuovo titolo obbligazionario che se sottoscritto in euro rende il 4,10%, se sottoscritto in dollari rende il 5,5%. Cioè bisogna offrire all’investimento in dollari un rendimento superiore di oltre il 30% rispetto all’euro. E qui non si tratta di scelte politiche, ma di apprezzamento del mercato.
Da qualunque angolo la si osservi, la Trumpeconomics è un fallimento: molte più tasse per imprese e consumatori Usa, dollaro svalutato, inflazione che scende di meno, costi finanziari più alti che sottraggono risorse all’economia reale. Ps: di reindustrializzazione neanche l’ombra (come inevitabile).
- Economista