CACCIA AL RUSSO TOUT COURT? NO GRAZIE LASCIATE IN PACE DOSTOEVSKIJ

Sto scrivendo quest’intervento per Beconomy mentre al mio polso sinistro indosso un orologio meccanico Vostok. È una parola russa, vuol dire Oriente e identifica non solo le capsule spaziali ma anche la ditta che prima in Unione Sovietica e poi nella Russia attuale produce questi orologi dallo stile militaresco che divennero popolarissimi alla fine degli anni ‘80 in piena perestroika e poi nei primi ‘90 quando arrivarono di seconda mano portati dalle carovane di polacchi e ucraini che sciamavano nel nostro Paese fino al Sud. È un orologio meccanico prodotto con gli stessi macchinari che produssero un orologio come questo, col quadrante azzurro del mare e un sommergibile con la stella rossa, volato via da un terzo piano in un pomeriggio d’estate del 1994. L’avevo lasciato su una scrivania e lo ritrovai con una crepa sul vetro (che vetro non è: è ed era plastica come allora). Nessuno ne sapeva nulla e davanti a tutto questo m’incazzai in modo così furibondo da lanciarlo fuori. Miracolosamente sopravvisse alla caduta poi, dopo qualche ora, esalò l’ultimo ticchettio: venne distrutto con una martellata.

Racconto questo per dirvi che nella guerra tra Russia e Ucraina persino un orologio è motivo d’imbarazzo. Qualche giorno fa ho raccontato su ItaliaOggi il dibattito tra chi, nel gruppo Facebook degli appassionati Vostok, annunciava di dar via gli orologi. La questione, malgrado ripetuti inviti da parte di alcuni utenti a restare in tema e parlare solo di orologi, ovviamente ha avuto i pro e i contro; e secondo me la soluzione più giusta è stata quella di chi ha postato una foto di un caccia Mitsubishi Zero con tanto di siluro pronto per attaccare Pearl Harbour nel 1941, e ha osservato: chissà se quelli che si fanno queste remore hanno una Mitsu in garage.

Questa operazione di boicottaggio del russo, di tutto ciò che è russo, la caccia al russo tout court è a mio avviso culturalmente miseranda. Per un motivo molto semplice: impedire a Paolo Nori di tenere un seminario su Dostoevsky (poi l’Università Bicocca, a Milano, ha fatto marcia indietro scusandosi) non è colpire Vladimir Putin ma soltanto mostrare la propria ignoranza storica (l’autore delle Notti bianche venne condannato a morte dagli Zar e graziato quando aveva la testa sul ceppo, per dire) e soprattutto abbandonarsi a quella cancel culture che con la Storia non ha nulla a che vedere. Dostoevsky non ha responsabilità storiche o morali in merito a questa guerra, non c’entra niente con Putin: sarebbe come dire che non leggo Jorge Luis Borges perché era al mondo al tempo in cui l’Argentina era guidata dalla dittatura da fogna di Jorge Videla e compari. Che colpa ne ha? Boh: però va condannato, perché è un argentino. È la stessa, medesima cosa.

Allo stesso modo è discutibile il fatto che il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, abbia giubilato il direttore d’orchestra Valery Gergiev colpevole di non aver preso le distanze dalla guerra. Ora, i russi sono un popolo estremamente patriottico: la Rodina, la Patria, è parola per loro sacra. Persino Tom Clancy, ne La grande fuga dell’Ottobre Rosso, il libro del 1985 dal quale poi è stato tratto il film con Sean Connery, spiega questo concetto parlando dello scrittore Alexander Solgenitsin: non fu tanto l’esilio a ferirlo quanto la perdita della cittadinanza russa. E i russi tengono molto alla loro cultura: nekulturny, ignorante, è un insulto pesante. Domanda: per quale motivo sottoporre un uomo di cultura a tale ordalia se la stessa soprano Anna Netrebko, russa con cittadinanza austriaca, ha sottolineato che chi fa cultura non dovrebbe entrare in questa vicenda? Qualcuno obietterà che Arturo Toscanini, per non aver eseguito Giovinezza, l’inno fascista, si beccò uno schiaffone e se ne andò in America; ma vedete, era un uomo che subiva una dittatura, che in Italia non c’è. A meno che non si tratti della dittatura del politically correct, nel qual caso i nekulturny siamo noi. E non ne usciamo bene.

Davanti alle cose della vita, sia esso l’amore o la guerra, si può dire “sì”, “no”, o anche tacere. Si può tacere quando non si ha nulla da dire, quando quello che hai dentro è così forte che ti potrebbe spingere a lunghi discorsi e lunghi scontri. Quando tutto questo potrebbe ferirti. Quando in fondo a te non toccherebbe parlare di questo; quando magari in fondo t’imbarazza. Si può tacere per tanti motivi e non è automaticamente motivo di vigliaccheria o cattiveria. Una cosa però è certa: se, come diceva Pablo Picasso, “mi piace la pittura, tutta la pittura”, allora a me piace la cultura. Tutta la cultura. E né l’orologio che porto al polso, né un seminario di Dostoevsky sono un’offesa ai morti ucraini o un gesto di simpatia per Putin. Non hanno parte in questa contesa, semplicemente.

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